Vacancy

Vacancy2007 – Regia: Nimród Antal – Con: Kate Backinsale, Luke Wilson, Frank Whaley, Ethan Embry, Scott G. Anderson

Halloween è alle porte e, come ogni anno, urge trovare qualche bel film horror – o thriller, a seconda dei gusti – per prepararsi alla notte più magica di tutte. Se conoscete già a memoria tutti gli Scream, se cercate qualcosa di più terra-terra rispetto a una maratona di Carpenter e se avete ambizioni più elevate del riempirvi di birra mentre scandite le idiozie di Paranormal Activity e derivati, allora questo Vacancy fa al caso vostro.

La trama vede i coniugi Amy e David Fox – in piena crisi legata a un grave lutto – che, a causa di un guasto alla macchina, sono costretti a fermarsi in un motel isolato per trascorrere la notte. Se c’è una cosa che i film insegnano è che è meglio passare una notte all’addiaccio con venti gradi sottozero che in un motel fuorimano. Puntualmente, infatti, ecco che la coppia scopre di essere caduta in una trappola: i viaggiatori che li hanno preceduti sono stati brutalmente torturati e uccisi da degli assassini mascherati proprio nella loro camera da letto, il tutto per realizzare dei film snuff. Per Amy e David inizia così la notte più lunga, e forse l’ultima, della loro vita.

Nulla di particolarmente nuovo sotto la luna: innocenti perseguitati da un criminale senza volto. Cosa rende, quindi, questo film degno di nota? Molto semplicemente, il fatto che riesca a farci provare simpatia per i protagonisti.

Nonostante la violenza molto più esplicita, il film di Antal è un omaggio neanche tanto velato a Hitchcock e ai suoi elementi caratteristici: non solo l’infernale motel Bates ma anche al tema della persona comune (sola o in coppia) costretta a una fuga continua, braccata da una minaccia inarrestabile, contro la quale non ha difese particolari se non il proprio ingegno.

Affinché un film del genere funzioni, è necessario che il pubblico si immedesimi nella vittima, cosa che la maggior parte dei registi sembra aver dimenticato. Antal invece decide di andare controcorrente puntando ai classici, immergendoci nella sofferenza delle vittime senza presentarcela come qualcosa di godurioso; anzi, l’elemento dei film snuff riesce a criticare la tendenza voyeuristica e pornografica del genere slasher con una chiarezza e una semplicità che Haneke, nel quasi coevo Funny Games, non è riuscito a trovare, immerso com’era in un mare di nebbia narcisistica.

Anche la scelta dei due protagonisti si rivela funzionale: volti puliti, noti per ruoli e film molto più leggeri, una coppia che si è ritrovata nel film sbagliato al momento giusto ma che riesce ad entrare nell’atmosfera del genere con una inaspettata capacità drammatica. Due persone tridimensionali, separate da un conflitto serio ma capaci di collaborare e di usare l’intelligenza, dote sempre più rara in un thriller. Qualcuno per cui tifare nella lunga notte che i film di paura stanno attraversando, in attesa che sorga di nuovo il sole.

 

VOTO: •••

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Cinque anni e sentirli tutti, ovvero: mettiamoci avanti per il 2022

Non riesco a credere che siano già passati cinque anni da quando ho aperto questo blog. Anzi no, ci credo. Come si può facilmente intuire dalla scarsa frequenza con la quale ho continuato e continuo a pubblicare articoli, non si può dire che questi cinque anni siano proprio volati via. Ciò nonostante, sono felice di essere riuscito a mantenere quel minimo di costanza sufficiente a salvare questo blog dall’oblio della rete.

Cinque anni di film recensiti (pochi) e soprattutto visti. Film discreti, film mediocri, una manciata di capolavori recenti, parecchi capolavori passati che avevo criminalmente lasciato indietro, le immancabili gemme del trash e le inevitabili schifezze. Suddivisi fra tutte queste categorie, svariati film che sono scivolati via dalla memoria collettiva o non hanno mai avuto modo di imporvisi in primo luogo.

Il blog è sempre stato rivolto a questi film, agli illustri sconosciuti. Non a caso, ciò che spinse il sottoscritto ad aprirlo cinque anni fa fu la classifica decennale stilata da Sight & Sound, alla quale collaborarono critici e registi di tutto il mondo.

Se c’è una cosa che ho imparato col tempo, è che le liste sono interessanti solo per ciò che contengono ma anche – in alcuni casi, soprattutto – per ciò che lasciano fuori. Per quanto ricche e variegate, anche le classifiche di Sight & Sound sottostanno a questa regola ed è sorprendente constatare come alcuni film siano passati quasi del tutto inosservati. Quindi, per festeggiare questo quinto anniversario, cercherò di rendere giustizia ad almeno dieci fra questi film, scegliendo titoli quasi o completamente ignorati cinque anni fa, nella speranza che possano acquistare una maggiore notorietà e magari (ma qui mi illudo) guadagnare qualche posizione nella classifica che sarà stilata nel 2022.

 

Entusiasmo – Sinfonia del Donbass (1931)

Generalmente posto in secondo piano rispetto a L’uomo con la macchina da presa, questo documentario mostra un’impostazione più legata alla realtà (l’industrializzazione del Donbass dopo la rivoluzione e la guerra civile) senza però rinunciare a delle pregevoli sperimentazioni con la macchina da presa. Il cinema di Vertov si conferma dinamico, dialettico, capace di mostrare la vitalità e la grandezza delle semplici azioni quotidiane, in particolare del lavoro. Davvero notevole la sequenza della fonderia, con i tubi di metallo incandescenti che ondeggiano serpentini nell’oscurità.

 

La caduta di Berlino (1950)

Come ho già avuto modo di scrivere nella recensione, è un film dalla natura epica che, proprio in funzione di questa natura, non riproduce la storia in modo accurato ma la trasfigura (pur restando ancorato agli eventi storici) nell’epopea di una nazione e dell’idea che la guida. Oggi a molti sembrerà kitsch, destino che tocca a molte opere epiche, tuttavia riesce ancora a trasmettere un senso di assoluto, di totale conquista dello spazio cinematografico, di sorprendente immedesimazione emotiva.

 

Il trono di sangue (1957)

È sorprendente come le opere di Shakespeare trovino i loro adattamenti migliori sul grande schermo a migliaia di chilometri di distanza dalla nativa Albione. In questo caso, la storia di Macbeth e della sua regina viene filtrata attraverso gli stilemi del teatro classico giapponese, con un rigore asettico che fa risaltare i ben dosati momenti di violenza. Magistrali le interpretazioni dei due protagonisti. Decisamente, un film che devo recensire in modo approfondito.

 

Operazione sottoveste (1959)

L’ho già detto nella recensione e lo ripeto: è una commedia che soddisfa sia la pancia che la testa, un film che personalmente mi ha lasciato un ricordo indelebile e che, rivisto nel corso degli anni, non perde mai il suo smalto. Un po’ come il rosa del sottomarino, per intenderci.

 

La maschera della Morte Rossa (1963)

Corman è senza dubbio uno dei registi più bistrattati e sottovalutati di sempre, anche se i suoi film stanno progressivamente ottenendo un certo riscatto col passare del tempo. Questo adattamento dell’omonimo racconto di Poe è probabilmente la sua opera migliore, con un Vincent Price in gran spolvero e un’eccellente atmosfera gotica, nella quale si svolge il crescendo che culminerà con l’arrivo della Morte Rossa.

 

Bianca (1984)

Il miglior film di Moretti, quando la sua creatività nevrotica sapeva incanalarsi verso un’acuta analisi della società. L’atmosfera rarefatta e il surrealismo della colonna sonora rendono il film qualcosa di unico, una spiazzante unione di dramma e commedia che riesce a svolgere un incredibile lavoro psicologico fra una battuta e l’altra. Magistrale la sequenza finale della confessione.

 

The Dead – Gente di Dublino (1987)

Uno dei rarissimi casi in cui l’adattamento supera (o quasi) l’opera originale. La regia di Huston conquista lo schermo come la prosa di Joyce conquista la carta. Pur trattandosi di una storia nella quale, come direbbe qualcuno, non succede niente, i tormenti e le emozioni di ciascun personaggio si esprimono alla perfezione nelle espressioni, nei dialoghi, nei rituali della festa. Nello straordinario monologo finale, contraddistinto da un’inaspettata nota di speranza o quantomeno di accettazione, vi è il commovente addio di Huston (che qui dirige la figlia Anjelica dopo aver iniziato la propria carriera dirigendo il padre Walter) al cinema e alla vita.

 

Desyat Negrityat (1987)

Un altro adattamento che raggiunge il livello della storia originale e, in questo caso, lo supera. Dieci piccoli indiani era già passato diverse volte sul grande schermo ma mai in un modo fedele al romanzo della Christie. Il film di Govorukhin non solo segue la storia fin nei minimi dettagli, ma apporta alcuni cambiamenti per armonizzarla con il mezzo cinematografico. Ne risulta un giallo fortemente psicologico, ricco di tensione e di claustrofobia, grazie anche all’interpretazione di un cast completamente in parte, ricco di nomi celebri del cinema sovietico.

 

Grazie per la cioccolata (2000)

Anche di questo film ho già parlato in abbondanza. Psicologia entomologica, con la protagonista (una Huppert in quella che è forse la sua prova migliore in assoluto) osservata al microscopio con la stessa freddezza che mostra nel compiere i suoi avvelenamenti. La snervante analisi di una mente contorta, tragica nella sua spietatezza, il riflesso di una società malata.

 

Lost in Translation (2003)

E arriviamo all’assente meno giustificato della lista. Lost in Translation è un film recente che ha goduto di un’ottima visibilità, interpretato da attori tuttora famosi, eppure non è stato scelto da nessuno. Ho ricontrollato la lista più volte per esserne sicuro. Anche questo film merita una lunga recensione. Ogni volta che lo vedo è come se fosse la prima, con la sua capacità di cogliere e di rappresentare la malinconia in un modo così intimo eppure universale allo stesso tempo.

 

 

Bene, questi sono i miei dieci candidati da far tornare in auge, anche se ce ne sono molti altri. Cercherò di realizzare il prima possibile qualche nuova recensione, magari partendo da uno dei film di questa lista che non ho ancora trattato. Un sentito ringraziamento a tutti quelli che hanno seguito e che continuano a seguire il blog. Ci rivediamo presto. Almeno spero.

Gran bollito

Gran bollito1977 – Regia: Mauro Bolognini – Con: Shelley Winters, Mario Sciacca, Max Von Sydow, Renato Pozzetto, Alberto Lionello, Milena Vukotic, Antonio Marsina, Laura Antonelli, Liù Bosisio, Maria Monti

Sarà per la vicinanza al luogo del misfatto, ma la storia della saponificatrice di Correggio mi ha sempre affascinato. L’unicità e l’efferatezza degli omicidi commessi dalla Cianciulli, uniti al bizzarro profilo psicologico della donna, rendono la storia una commistione pressoché unica di psicologia, storia, superstizione e persino geografia, una combinazione che il film di Bolognini riesce a rappresentare con incredibile efficacia.

La trama riprende, con qualche licenza, i fatti reali: alla fine degli anni ’30, Lea (una matronale Shelley Winters) si trasferisce nel nord Italia per vivere col marito Rosario, che ha aperto una ricevitoria insieme al figlio Michele, amatissimo da Lea in quanto unico sopravvissuto ad una lunga e dolorosa serie di aborti spontanei e figli morti poco dopo la nascita. Nonostante un improvviso malore costringa a letto Rosario, Lea non si perde d’animo e, grazie alle sue conoscenze che quasi sfociano nella magia, guadagna presto l’amicizia di un gruppo di donne del paese.

Proprio con l’entrata in scena di queste amiche si svela il primo colpo di genio del film: le tre future vittime di Lea sono interpretate da attori en travesti (che interpretano anche tre piccoli ruoli maschili), fatto che non viene mai nascosto al pubblico ma che invece permette ai tre attori di gestire ciascuno in modo diverso la mascherata, dando vita a tre personaggi differenti fra loro ma uniti da una profonda tristezza esistenziale. C’è Berta Maner (Lionello), mai soddisfatta dalla lunga lista di amanti e che, grazie a una vincita al lotto, sogna di partire per l’America per ricongiungersi col marito. C’è Lisa Carpi (Von Sydow), ingenua e ossessionata da visioni religiose, che si è prodigata per aiutare Rosario e Michele prima dell’arrivo di Lea. Infine c’è Stella Kraus (Pozzetto), sgargiante pianista e cantante di varietà afflitta da problemi ormonali sin dalla nascita.

Gran bollito 2

Tre vite infelici che Lea immolerà, una dopo l’altra, in un macabro rituale per tenere Michele sempre vicino a sé, lontano dalla giovane Sandra e dalla guerra incombente. Lo spettro della guerra è a tal proposito onnipresente: prima implicito nelle ristrettezze dovute alle politiche del regime, poi annunciato dalle chiacchiere e dalle notizie alla radio, infine materializzato nella chiamata alle armi che segna il tracollo definitivo di Lea e il suo ultimo, disperato tentativo. La macelleria privata sarà infine inglobata da quella su larga scala.

Gran bollito 3L’altro elemento pervasivo è la tristezza, una malinconia autunnale e nebbiosa come i paesaggi padani, che conosce bene chi vive tra l’Emilia e la Lombardia – a tal proposito parlavo di geografia. Si possono scorgere delle affinità con il quasi coevo La casa dalle finestre che ridono, in tal senso. È una malinconia meno morbosa di quella di Avati ma comunque legata al territorio, fatta di rimpianti, occasioni perdute e illusioni coscientemente portate avanti nella speranza di un cambiamento che non arriverà, e che si esprime pienamente nelle tre “confessioni” inconsapevoli fatte dalle tre donne prima di essere uccise: le avventure sentimentali di Berta sono state una più deludente dell’altra, Lisa è convinta di non poter trovare l’amore e neppure una via di fuga da quelle visioni che la tormentano, Stella si finge austriaca per nascondere le più “banali” origini lombarde e rimpiange di non aver trovato un bell’industriale da sposare.

Non manca però la componente grottesca, ovviamente. Anche se la violenza è limitata a pochissimi istanti, molte scene sono contrassegnate da una macabra ironia: Lea che serve alle amiche dei dolcetti chiamati “ossa dei morti” impastati proprio con le ossa frantumate della povera Berta; il ritrovamento di un anello in una saponetta; persino il fatto che i tre personaggi che intralciano Lea (un impiegato di banca, un ufficiale di polizia e un carabiniere) siano interpretati dagli stessi attori delle tre vittime.

Gran bollito è una delle pellicole più insolite del panorama cinematografico italiano, una riuscita combinazione di dramma, orrore e commedia, diretto con grande abilità da Bolognini, con una colonna sonora azzeccata e contrassegnato da un cast eterogeneo che, tuttavia, lavora all’unisono senza problemi, rendendo verosimile una vicenda che, anche nella sua controparte reale, ha ancora oggi dell’incredibile.

VOTO: •••••

Oscar insanguinato

Oscar insanguinatoTitolo originale: Theatre of Blood

1973 – Regia: Douglas Hickox – Con: Vincent Price, Diana Rigg, Ian Hendry, Harry Andrews, Robert Coote, Michael Hordem, Coral Browne, Robert Morley

Nel 1971, Robert Fuest diresse L’abominevole dottor Phibes, un horror barocco nel quale Vincent Price interpretava l’omonimo dottore. A questo gioiello fece seguito Frustrazione l’anno successivo, che però non riuscì a raggiungere il medesimo livello del primo capitolo. Sebbene diretto da un regista diverso e slegato dal personaggio  di Phibes, Oscar insanguinato può essere visto come il vero, per quanto ufficioso, seguito.

La sceneggiatura poggia sulla stessa base: il personaggio interpretato da Price porta avanti una sanguinaria vendetta eliminando una lista di persone con un modus operandi ben preciso. Se ne L’abominevole dottor Phibes l’ispirazione per gli omicidi proveniva dalle dieci piaghe d’Egitto, in questo film sono le opere di Shakespeare a guidare i delitti.

Il titolo italiano, purtroppo, non rende giustizia a questo importante elemento, privandoci dell’elegante visceralità del Theatre of Blood originale. È tuttavia un dettaglio di poco conto se confrontato a tutto ciò che il film ha da offrire.

Edward Lionheart, attore di teatro snobbato da diversi critici per le sue interpretazioni vecchio stile, si finge morto e inizia a vendicarsi dei suoi detrattori ispirandosi proprio alle opere che ha portato sul palcoscenico. Da qui parte una serie di morti grottesche e amabilmente sopra le righe, perfettamente in sintonia con la gustosa recitazione di Price, che sfodera una delle sue prove migliori.

Oscar insanguinato 2

Non voglio rivelare troppi dettagli sulle sequenze che costituiscono la spina dorsale del film; dico solo che la fantasia della sceneggiatura non si rivela solo nella qualità degli omicidi, ma anche nella loro varietà. Per esempio, la violenza quasi pulp di Tito Andronico fornisce la base per un crudele preliminare all’omicidio vero e proprio, mentre il talento manipolatorio di Iago porta ad un omicidio per procura, organizzato con un assurdo quanto geniale piano.

Con il suo approccio inusuale, Oscar insanguinato è un omaggio unico nel suo genere al teatro di Shakespeare, realizzato con ironia ma anche con sincera ammirazione per le opere sulle quali si basa. Lo consiglierei anche come visione scolastica, magari in inglese per apprezzare l’eccellente dizione di Price.

VOTO: ••••

La mamma è sempre la mamma

Anche se è passato qualche giorno dalla Festa della Mamma, ci tenevo a dedicare un momento a questa ricorrenza.

Il cinema ha sempre riservato un posto di rilievo alla figura materna, come può testimoniare anche il titolo di questo blog. Ci sono madri apprensive come Kate McAllister, che trascorre ben due vacanze di Natale a cercare quella peste in terra nota come Kevin; madri vendicative come la Sposa in Kill Bill; madri in divenire ma giù promettenti come lo sceriffo Marge in Fargo.

E poi ci sono queste madri. Quelle con qualche problemino irrisolto. Quelle che non trattano benissimo i figli né quelli che hanno la sfortuna di conoscerli. Quelle che, ogni tanto, si lasciano scappare una coltellata. E quali sono state le migliori (… va bene, le peggiori) a graziare la celluloide con la loro presenza? Scopriamolo!

 

 

10

La madre di Stifler (American Pie)

10 - La madre di Stifler

Non sarà una maniaca assassina né una perfida manipolatrice come molte delle sue colleghe che affollano questa lista, ma la madre di Stifler merita un posto in graduatoria per un crimine imperdonabile: aver dato alla luce Stifler. È più che sufficiente.

 

9

Eleanor Iselin (Va’ e uccidi)

9 - Eleanor Iselin

Angela Lansbury raggiungerà l’apice della propria capacità mortifera ne La signora in giallo, ma anche qui, nei panni di una donna assetata di potere che sottopone il figlio al lavaggio del cervello, dimostra di aver già le carte in regola per diventare la futura donna più pericolosa della televisione.

 

8

Zira (Il re leone 2)

8 - Zira

Zira riprende il piano della senatrice Iselin e, per buona misura, ci aggiunge anche un po’ di sana instabilità emotiva e veterotestamentaria irascibilità. Congratulazioni, Zira: non solo hai trasformato uno dei tuoi cuccioli in un agente dormiente, ma hai anche cresciuto la versione felina di Ed Gein.

 

7

Beverly Sutphin (La signora ammazzatutti)

7 - Beverly Sutphin

John Waters non è noto per aver creato delle madri esemplari – si salva giusto Edna in Hairspray – e, grazie a lui e alla magistrale interpretazione di Kathleen Turner, questa casalinga dell’alta borghesia a stelle e strisce riesce ad essere ancor più terrificante di Divine in Pink Flamingos.

 

6

Mary Lee Johnston (Precious)

6 - Mary Lee Johnston

Cos’abbiamo avuto finora? Una scacchista della politica, una casalinga da commedia nera, una leonessa shakespeariana, la madre di Stifler… tutto molto cinematografico. Mary Lee invece incarna il ruolo della madre terribile in un contesto realistico, fatto di abusi costanti e pervaso da una mentalità a dir poco malsana. Forse non è la più pericolosa in assoluto fra le donne di questa lista ma, tristemente, è la più facile da incontrare nella vita vera.

 

5

L’Altra Madre (Coraline e la porta magica)

5 - L'altra madre

I genitori nella vita reale possono essere terribili, è vero, ma a volte anche i mondi fantastici non sono quei rifugi sicuri che immaginavamo. Un capolavoro come Coraline può fregiarsi di uno dei migliori cattivi animati degli ultimi anni, un concentrato di malvagità ancestrale che, come un ragno, tesse una tela di moine e affetto materno per attirare in trappola la sua prossima preda.

 

4

Pamela Voorhees (Venerdì 13)

4 - Pamela Voorhees

Ogni scarrafone è bello a mamma soja, ma ci vuole una mamma davvero particolare per amare il caro Jason. La signora Voorhees sembra non essersi fatta troppi problemi in tal senso, avendo iniziato lei stessa la serie di delitti che sarà poi portata avanti dal figlio. Armata di maglione azzurro e di un irripetibile ghigno, Pamela Voorhees resta uno dei motivi per evitare il campeggio, oltre alle zanzare.

 

3

Margaret White (Carrie: Lo sguardo di Satana)

3 - Margaret White

I cattivi umani di Stephen King hanno spesso una marcia in più rispetto a quelli sovrannaturali. Margaret ne è uno degli esempi più lampanti. Fanatica e instabile a livelli quasi istrionici ma comunque terribilmente convincenti, questa donna fa sì che l’inferno vissuto da Carrie a scuola continui anche una volta varcata la soglia di casa.

 

2

Joan Crawford (Mammina cara)

2 - Joan Crawford

Dalle mamme verosimili passiamo a quelle in carne ed ossa. Il libro scritto da Christina Crawford e dal quale è stato tratto questo film è stato al centro di una grossa controversia ma, se anche solo un decimo di quanto vi è scritto fosse successo realmente, il solo pensiero farebbe gelare il sangue. La Crawford interpretata da Faye Dunaway è un’alcolista ossessionata dalla fama e dal controllo, un’arpia imbellettata dall’umore imprevedibile che manda in rovina tutto ciò che la circonda, in primis i suoi due figli adottivi. Anche se il film è un mirabile esempio di cinema camp e trash, un simile personaggio si sentirebbe più a proprio agio in un horror.

 

1

Norma Bates (Psyco)

1 - Norma Bates

Ed eccoci arrivati alla numero uno, alla madre di tutte le madri terribili sul grande schermo. Ispirata ad una donna esistita veramente e con un figlio ancora più inquietante di Norman – proprio quell’Ed Gein che ho menzionato prima; cercatelo su Google se vi piacciono i serial killer e siete soli in casa – Norma Bates non compare in Psyco se non per qualche celeberrimo istante ma la sua ombra aleggia costantemente sul figlio. Con la sua edipica influenza, Norma ha plasmato uno degli assassini più famosi del cinema e merita senza dubbio il primo posto di questa classifica.

 

 

… sì, mamma ho capito che è pronto! Arrivo!

Fantastic 4 – I Fantastici Quattro

fantastic_four_2015_posterTitolo originale: Fantastic Four

2015 – Regia: Josh Trank – Con: Miles Teller, Kate Mara, Michael B. Jordan, Jamie Bell, Toby Kebbell, Tim Blake Nelson

Quale giorno può essere migliore della Pasqua per recensire un film che ha affossato definitivamente la serie che avrebbe dovuto far risorgere, insieme alla reputazione di pressoché tutte le persone coinvolte nella sua realizzazione? Ma andiamo con ordine.

Nel 2005, la 20th Century Fox realizzò il primo film sui Fantastici Quattro, che fu accolto con una certa sufficienza dalla critica. All’epoca le mie uniche conoscenze di film sui supereroi erano la vecchia saga di Batman e i primi due Spider-Man, quindi le mie aspettative erano piuttosto alte ma, nel complesso, mi piacque la scelta di puntare sulla commedia. Anche a distanza di anni, continua a sembrarmi un film piacevole, dal taglio piuttosto televisivo ma valorizzato da una buona alchimia fra i protagonisti.

Anche se il successivo I Fantastici Quattro e Silver Surfer fu abbastanza dimenticabile, nonostante il sempre bravo Doug Jones, la serie riuscì a mantenere, se non altro, una propria dignità, tanto che si iniziò a parlare di un terzo film già nel 2009. Il progetto, tuttavia, rimase in sospeso fino al 2012, quando fu annunciata la scelta di Josh Trank per la regia. A mio parere è stato quello l’inizio della fine. All’epoca, l’unica esperienza di Trank nel genere dei super eroi era Chronicle, ampiamente pubblicizzato ma, nel complesso, deludente e mal costruito. Inoltre, Trank stava guadagnando una certa fama di prima donna, che culminò con la sua esclusione da un progetto legato a Star Wars. Ciò nonostante, nel 2012 la tempesta era ancora lontana.

Giunse il 2014 e iniziarono a circolare delle notizie sul casting per quello che sarebbe stato un reboot e non il terzo capitolo della serie originale. Fu allora che iniziai a subodorare la fregatura. Michael B. Jordan nel ruolo della Torcia Umana era una scelta insolita ma accettabile: Johnny e Sue potrebbero tranquillamente essere fratellastri senza che ciò danneggi il loro rapporto. Quello che non mi convinceva erano le polemiche, che avevano tutta l’aria di essere una subdola campagna pubblicitaria e che si protrassero per un tempo sproporzionato all’evento in sé. Quando si ricorre alle controversie per promuovere un prodotto, è un segno che la qualità lascia a desiderare.

La realizzazione del film un travaglio a causa dei continui disaccordi fra Trank e la Fox, che culminarono in un taglio del budget e l’esclusione del regista dalla post-produzione. Nell’agosto 2015, a pochi giorni dall’uscita del film, Trank attaccò la Fox con un Tweet (subito cancellato).

Trank Tweet

“Un anno fa avevo una versione fantastica di questa cosa. E avrebbe ricevuto delle grandi recensioni. Probabilmente non la vedrete mai. Ma questa è la realtà.

Con queste premesse per nulla incoraggianti, il film debuttò nelle sale statunitensi il 7 agosto 2015, per arrivare in quelle italiane il 10 settembre.

Per quanto le previsioni fossero plumbee, il film si rivelò ancora più brutto.

Il film è disastroso sotto ogni punto di vista. Il problema principale è il ritmo soporifero dovuto ad un continuo rimandare l’azione per dedicare spazio a dialoghi e scenette superflue tra i protagonisti. Il primo tempo è fondamentalmente un prologo con quattro ragazzetti più o meno disagiati che non riescono a suscitare un minimo di interesse, figuriamoci di simpatia. Anche il futuro Victor Von Doom è ridotto ad una specie di blogger antisociale. La cupezza domina tutto il film, spegnendo qualsiasi tipo di entusiasmo e trasformando quella che poteva essere una buona combinazione di azione ed umorismo in un lento, apatico naufragio nella melma.

Non che le scene d’azione siano migliori. Gli effetti speciali non sono all’altezza e il risultato complessivo ricorda più un horror che un film di supereroi. Il tanto atteso scontro fra Doom e i quattro dura poco più di cinque minuti e non giustifica l’attesa prolungata per tutto il resto della pellicola.

Poi, il cast. Jordan è il problema minore. Teller è inadatto al ruolo di Reed Richards, tant’è che forse sarebbe stato più comodo per tutti se lui e Jordan si fossero scambiati i ruoli. Bell e la Mara sono professionali ma, nel complesso, anonimi. In particolare, Bell esce in netto svantaggio se paragonato alla prova di Chiklis nei due film precedenti. Il migliore è Kebbell, che conferisce un minimo di personalità al suo Doom. Kebbell ha avuto modo di dimostrare la propria abilità attoriale in varie produzioni, incluso un episodio di Black Mirror, anche se dovrebbe considerare l’idea di cambiare agente se non vuole passare la vita a fare il bravo attore in film scadenti.

In generale, sembra che il film abbia cercato di allontanarsi il più possibile dai due che l’hanno preceduto, ottenendo come unico risultato quello di stravolgere gli aspetti positivi di questi ultimi due e non di correggerne i difetti. Il cast sembra troppo disomogeneo? Scegliamo degli attori emergenti ma non distinguiamoli a sufficienza fra loro. Troppa comicità? Facciamo una storia mainagioia da grungettoni. Le dinamiche fra i protagonisti sono troppo leggere? Mettiamoci un sacco di tempo per farli collaborare e rendiamoli comunque una famiglia disfunzionale. I poteri sono troppo fumettosi? Rendiamo il primo impatto con essi una scena da lazzaretto.

A coronare l’insuccesso, arrivò la mazzata dal botteghino: 60 milioni di dollari incassati fra gli USA e il mercato internazionale contro i 122 milioni di budget.

Passati il rumore e la furia, cosa rimane? Il relitto di un disastro scatenato dalla Fox per non perdere il copyright sul materiale originale e da Trank per aver rifiutato una collaborazione che sarebbe stata vitale sia per il film che per la sua carriera, e delle carriere che stanno cercando di riprendersi da un simile flop: Jordan si è ripreso grazie al successo di Creed, per esempio, mentre Kebbell ha trovato dei ruoli in grosse produzioni, incluso Kong: Skull Island.

Chissà, forse un giorno qualcuno girerà un film su questo film. E sarà il più grande successo per il genere catastrofico dai tempi di Titanic.

VOTO: CAGATA PAZZESCA!

E con questa fanno 11

Anche quest’anno torna il Nonantola Film Festival, giunto all’undicesima edizione (e io tornerò a scrivere qualcosa su questo blog).

L’anteprima si terrà a Bomporto mercoledì 26 aprile, mentre il concorso 4 Giorni Corti si svolgerà dal 28 aprile al 1° maggio, subito dopo la serata di apertura che si svolgerà la sera del 27 aprile presso il teatro Troisi di Nonantola.

Come sempre, potete trovare tutte le informazioni sul sito http://www.nonantolafilmfestival.it/

E, per chi ci sarà, ci vediamo in sala.